StupiDiario Burocratico

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di Vincenzo Pollastrini

Parte Terza

… ut si quis ei quem urgeat fames venenum ponat cum cibo” (“come se a un affamato si offrisse del veleno insieme al cibo”, Tito Livio, I secolo a.C e d.C., Storia di Roma dalla sua fondazione, VI, 40)

Buongiorno,

direte voi, Ave! sarebbe stato il mio saluto mentre vivevo ancora.

Sono un politico romano, di quelli antichi però. Ci tengo, e non debbo spiegarne il motivo, immagino.

Il mio nome è Appius Claudius Crassus, ed appartengo ad una famiglia illustrissima. 

Mio nonno, pensate, era un decemviro, uno degli uomini incaricati di scrivere le leggi della repubblica romana (costituzionalisti li chiamate voi oggi).

Dicono che io sia stato un abile oratore.

Le cronache ricordano uno dei miei momenti di gloria.

Siamo a Roma, nel 367 avanti Cristo, ma dovrei correggermi, in quanto è chiaro che non potevo sapere che 367 anni dopo sarebbe nato, appunto, Cristo.

Mi correggo allora. 

Roma, anno 386 dalla fondazione della città (ab Urbe condita). 

Il clima politico è infernale, sull’orlo della guerra civile. Sullo sfondo, i contrasti tra patrizi e plebei per diritti, doveri e poteri.

I tribuni della plebe, Gaius Licinius e Lucius Sextius, occupano da un decennio la carica. Utilizzando strumentalmente il loro potere di veto, bloccano la vita politica e amministrativa.

Propongono leggi contrarie alla mia parte politica, leggi fortemente progressiste. Non entro nel merito, mi giudichereste con i vostri canoni, e mi condannereste.

E’ il modo che ancor oggi irrita.

Le leggi che propongono Leges Liciniae Sextiae contengono molte disposizioni, tra loro differenti, e, a quanto pare, non tutte avrebbero incontrato approvazione, se fossero state votate disgiuntamente. 

I due tribuni allora ne impongono la votazione congiunta: o tutto o niente: “aut omnia accipe, aut nihil fero”, prendere o lasciare!

La mia causa è ormai persa.

Intorno a me, tra i colleghi patrizi, sdegno, silenzio, stupore. 

Non resta che un ultimo grido di rabbia, e allora mi alzo, e parlo, a lungo, “odio magis iraque quam spe”, spinto più da ira e odio che da speranza.

Vi risparmio il mio discorso, ma una cosa sì, la voglio dire. 

La mia condanna disperata a questo modo di far leggi potete ancora oggi leggerla, a distanza di duemilatrecentottantasette anni (anno più anno meno, mi riferiscono di qualche errore nei calendari, da allora).

Scrivere una legge che contenga di tutto, senza un disegno organico, e tratti le materie più disparate, costringendo ad approvare o respingere l’intero blocco (tutto o niente), impedisce una legittima formazione del consenso sulle singole disposizioni.

La chiamano, con linguaggio efficace, Lex Satura, Legge Satura, come un piatto pieno di pietanze diverse, da mangiare tutte insieme.  

Queste le mie parole, che il peso dei secoli non ha scalfito: 

Come se a un affamato si offrisse del veleno insieme al cibo, e lo si costringesse ad astenersi da ciò che è vitale, o a mescolarlo con ciò che è mortale

Per chi ama la versione originale (sopratitolata):

Ut si quis ei quem urgeat fames venenum ponat cum cibo et aut abstinere eo quod vitale sit iubeat aut mortiferum vitali admisceat” .

Ho perso la battaglia.

Ma la Storia è capricciosa.

Molti anni dopo, nel 98 avanti Cristo, secondo il vostro modo di contare il tempo, una nuova legge, la Lex Caecilia Didia, rende giustizia alla mia idea: un guazzabuglio di norme, l’una diversa dall’altra, da approvare o respingere tutte insieme, prendere o lasciare appunto, è illegale

Noi antichi romani ci siamo infine arrivati.

Cosa è successo nel frattempo?

Mi affaccio dal luogo in cui ora mi trovo, e vedo l’ultimo dei vostri decreti.

Decreto Rilancio, lo chiamate.

Cinquecento pagine, più o meno, a seconda dei formati.

Oltre duecentocinquanta norme.

Di immediata efficacia, neanche il tempo di leggerlo.

Sempre che, bontà vostra, cessi la circolazione di bozze ufficiose, e vi decidiate a pubblicarlo in Gazzetta Ufficiale (sapete che anche le nostre leggi, millenni fa, andavano depositate?)

Provo a capirci qualcosa, ma le norme si richiamano le une con le altre, come in un gioco di specchi. Talvolta modificano disposizioni approvate pochi giorni prima, si contraddicono, e spesso rimangono incomplete, perché rinviano a norme di futura attuazione.

Molti di questi duecentocinquanta e passa articoli dunque figlieranno (legittimamente, per carità) altre norme, e articoli e commi, che a loro volta cresceranno e si moltiplicheranno. E così via, allegramente e senza sosta.

Proprio come un virus.

Senza vaccino.

Senza speranza.

Poi arriveranno le Circolari.

In ultimo, come si conviene ai veri protagonisti, le Sentenze, che smentiranno o confermeranno (o entrambe le cose, anche per lo stesso comma), e trascineranno i vostri discendenti da un grado di giudizio all’altro. 

Un bel viaggio direi, non sempre di sola andata, e senza autocertificazioni. 

Che fine ha fatto la Legge Caecilia Didia, che i vostri antenati, oltre quaranta generazioni fa, hanno saputo concepire?

Si presume che i parlamentari, chiamati un giorno a votare, dovranno conoscere ognuna di queste disposizioni. 

Altrimenti, non sia mai, dovremmo pensare che il più delle volte si voti alla cieca.

E votando, si accetterebbe tutto, per cui se condividi, poniamo, l’articolo, 123 comma 1, lettera c, ti deve andar bene anche il comma 5-bis dell’articolo 206.

Vivessi oggi, mi alzerei ancora una volta in piedi, “ira quam spe”, più dall’ira che dalla speranza mosso, e vi urlerei in faccia, come più di duemila anni fa:

Ad un malato, insieme al cibo, non offrite veleno”.

Cordialmente

Appius Claudius Crassus

Patrizio romano

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