A Luigi Falaschetti

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di Vincenzo e Valerio Pollastrini

Un’impresa è grande, o media, se supera determinati parametri (fatturato, dipendenti, ecc.).

Numeri, matematica allo stato puro.

Numeri concepiti presso alte e inaccessibili sfere, cifre a tantissimi zeri che in questi lidi non si vedono, né si vedranno mai.

E allora le imprese, da noi, sono sempre piccole, anche quelle che così, a occhio, paiono superare per storia e capacità, la soglia dell’ordinario.

Un imprenditore no.

Nessuna formula matematica può delimitare i confini di un imprenditore.

Tenacia, spirito, visione di azienda.

Capacità di trainare verso il benessere e uno stipendio sicuro centinaia di famiglie.

Pensiamo a chi fa impresa e lavora in silenzio, una vita intera, e senza proclami costruisce una realtà in grado di sopravvivergli. 

Uno degli ultimi di una generazione anziate di forti. 

Tra i banchi della pescheria, in mezzo ai suoi, gli basta uno sguardo per ottenere il meglio, per il bene di tutti.

Già anziano, lo vediamo in azienda scavalcare un muro di recinzione. E’ un’estate afosa, e da un terreno vicino arrivano preoccupanti fiamme. Servono due o tre persone, la metà dei suoi anni, per tirarlo via ed impedirgli di andare a spegnere il fuoco con le mani. 

Non molti giorni fa, l’ultimo incontro.

Come stai Luigi?

A tre quarti”. Sorride di gusto.

Seguiamo i suoi occhi. Si posano, fieri e non visti, su figli e nipoti.

Questo è, senza misure, semplicemente, un imprenditore.

Ogni riferimento non è puramente casuale.

Anzio, 18 maggio 2020     

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